
Fin dal mattino aspetto il sole,
sola senza parole,
senza altro contatto…
Aspetto il primo raggio
pronto a scaldarmi.
E nel mare dei raggi del sole
non sono più solo.

una volta avevo una stanza… ora ho anche il Cielo!

Fin dal mattino aspetto il sole,
sola senza parole,
senza altro contatto…
Aspetto il primo raggio
pronto a scaldarmi.
E nel mare dei raggi del sole
non sono più solo.
“Ciao hai chiamato?”, disse una voce esitante.
“Si, avevo chiamato, era da tempo che provavo a farlo!”, anche quest’altra voce non era da meno.
“Beh si, scusa, non avevo capito, se avessi chiamato tu o se ti avessi chiamato io per sbaglio…”.
“Ah si, per sbaglio… non chiami mai…”.
Si creò un momento di imbarazzante silenzio, altre frasi di circostanza, brevi, brevissime, poi i saluti, chiudendo così la video chiamata.
Il pannello di controllo emise uno strano rumore, come un ronzio, seguito da un suono metallico, poi si accese anche la spia del controllo emozionale, lampeggiando freneticamente.
Il dottor Steven si accorse che intorno agli occhi dell’androide CP567 stavano formandosi delle lacrime.
“Bene, direi che quasi ci siamo! Questi ricordi che stiamo caricando in memoria lavorano sulla personalità, sulle emozioni e sui sentimenti… Sembra quasi che…”.
“Che cosa? Dottor Steven non vorrei che questo modello risultasse più umano degli umani!”, chiosó Fredrik, “Al momento non possiamo permetterci altri errori per questo progetto, ho investito già abbastanza soldi e mi aspetto presto un ottimo profitto!”.
“Fredrik, se non fosse stato cosi avido e attaccato al denaro, credo che questo progetto sarebbe stato pronto molto prima! Le ho sempre chiesto di sognare in grande, di aspettare e pazientare, lavorando con cura e soprattutto educando anche con il cuore, sebbene possa essere una macchina, un androide, CP567 sarà in grado di sognare, ma non faccia pressioni tirando in ballo i soldi!”.
“Dottor Steven… Faccia come le pare e piace, vorrà dire che anche CP567 nel suo realismo sognerà pecore, pecore elettriche però…”.
Restiamo ancora insieme a parlare
come se nulla fosse mai successo.
Restiamo seduti qua,
tu prendi un libro,
pieno di pagine bianche,
io porto righe già scritte.
Ascolterò la tua voce mentre le legge,
parola dopo parola senza mai stancarmi,
ti prometto che non distoglieró mai lo sguardo…
(dal libro e da te)
Siediti qui, vicino a me.
Sono passati giorni, mesi, anni.
Siediti qui. Anche in silenzio.
Aiutami a scrivere le storie che non ho mai raccontato.
Aiutami, silenziosamente, a parlarne ancora…
– Hai mai pensato di scrivere un libro?
– Io? Un libro? Non penso di essere all’altezza… e poi non saprei da dove cominciare!
– Secondo me hai tanto da poter comunicare, cose davvero belle, ogni tanto ripenso alle cose che mi hai detto o che sento da altri su di te, si, davvero, ne saresti capace!
– Se dovessi scrivere un libro… se proprio dovessi farlo, credo che scriverei un libro di favole per bambini.
Da leggere quando è tardi, non si ha sonno, troppi pensieri per la testa. Lo scriverei per i bambini che sono svegli fino a notte fonda, per gli adulti che non riescono a dormire, per quanti non chiudono mai occhio la sera e l’indomani sono più stanchi di prima, per quelli che non sanno più sognare, per chi sta li a rimuginare sugli errori del passato e non vuole vivere bene il presente, per quelli che si sentono soli perché incompleti o perché già pieni di se stessi e non riescono a trovare spazio per altri…
– Avresti di che scrivere allora…
- Oh si, hai ragione, potrei scrivere un libro… ma chi lo leggerà poi?



Rimangono gli spazi,
i silenzi assolati,
sospeso tra passato,
presente.
Il mio.
È solo questione di tempo,
attesa dell’Infinito.
